Natale (2007)

Pierluigi Cicchetti

 NATALE

 Monologo liberamente ispirato a Steven Berkoff

Regia
Alfonso Veneroso

Direzione artistica e organizzazione generale
Gerry Mottola

…Evaporato in una nuvola rossa, in una delle molte feritoie della notte,
con un bisogno d’attenzione e d’amore…(F. De Andrè, Amico Fragile).

“Natale” indaga in maniera ironica, sarcastica ed estrema, uno dei peccati capitali dell’uomo contemporaneo: l’incapacità di comunicare.
La libertà di ogni individuo è il cardine della cultura contemporanea (occidentale); una libertà portata all’estremo, che crea l’illusione di poter essere completamente autonomi dalla società, dalla famiglia e dal prossimo.

         Nasce da questo concetto il mito dell’  “essere solo e felice”. I singoli (deboli) cadono in una trappola letale, in cui  si costruiscono un microcosmo da cui allontanano gli altri e la paura  di accettare la propria  debolezza, il bisogno di affetto, il terrore di riconoscersi come esseri fragili  in cerca di qualcuno a cui potere dire:  “Sono solo, vorrei averti accanto, ho bisogno di te, ti amo…”.

         Natale, il protagonista, è lo splendido esemplare di “single eccessivo”, mentre lo spettacolo è un’analisi demolitrice, un’ irrisione sarcastica, lucida e dura della vita piccolo borghese. Un monologo (un dialogo) tra un uomo e la sua coscienza. Un impiegato trentenne costretto proprio durante il Natale, a fare i conti con la sua solitudine. L’assolo è scandito in varie sezioni che ripercorrono i quattro giorni prima della festa in un crescendo tragicomico che porterà il protagonista all’imprevedibile finale.

“Natale” è  la  paura di guardarsi dentro e di sfuggire alla propria coscienza, il luogo in cui i pensieri “rimbalzano” tra le sue paure e gli oggetti che lo circondano (telefono, biglietti d’auguri, ecc.). Su questo continuo “agire-reagire” è stato costruito il protagonista, mettendone a nudo i sentimenti e i percorsi interiori, cercando sempre il massimo della leggerezza ed una messinscena cruda ed essenziale. Senza l’ausilio di altri attori o di complesse scenografie, e con un semplice sound di musica jazz, il monologo vuole rappresentare una scommessa: sul filo del rasoio, tutto è affidato ai percorsi del personaggio scoperti durante il lavoro preparativo, alla parola, e, inevitabilmente, a quel salto nel vuoto, senza rete, che l’attore compie ogni sera, in un cammino che non ammette errori, perché nel teatro (come nella vita…) non si può tornare indietro.

copertina (natale)