Il sentimento della comunicazione

“Chissà se queste macchine che parlano per noi… ci avvicinano… o ci allontanano…” scriveva e cantava qualche anno fa Claudio Baglioni (“Chi c’è in ascolto”, 1999).
Non intendo offrire il mio sterile contributo alle tante, infinite discussioni che alimentano giorno per giorno l’evoluzione dei processi comunicativi, l’ormai inconfutabile ruolo che riveste la comunicazione, e tutti i suoi mezzi di diffusione, in qualunque aspetto della società, in tutte le sue diramazioni, autostrade o scorciatoie che siano.
Lascio a chi di dovere l’arduo compito di osservare sociologicamente gli sviluppi delle discipline che compongono l’oggetto di studio, e l’analisi degli effetti sociali, dei fenomeni, nuovi o rivestiti, che si affacciano o si riaffacciano sulla scena della nostra quotidianità.
Vorrei soffermarmi, invece, su una sensazione che colpisce il mio desiderio di osservazione, di ricerca… e ahimè lo mortifica.
La tendenza complessiva a concentrare l’attenzione sul veicolo del messaggio… e molto, molto poco sul suo contenuto, qui non inteso nella sua composizione sintattica, quanto nell’importanza della sua espressività emozionale, della sua verità.
Senza allontanarci troppo, prendiamo ad esempio i “Social network”. Ormai si fa fatica a contarli, scambi e necessità di condivisione hanno avvolto ogni rete virtuale… Ma in realtà cosa comunichiamo? E in che modo?
Sommersi dalle tante opportunità, dalla possibilità di scambiare messaggi veloci, vividi, corredati di immagini dai colori accessi, accompagnati da divertenti figurine che si illuminano… abbiamo probabilmente smarrito l’importanza delle parole… la loro forza straordinaria di scuotere anime, coscienze e sentimenti.
E con esse abbiamo smesso di ricercare il sentimento che si cela dietro ogni lettera, e che traccia il percorso per “raggiungere” chi ci ascolta, per catturare gli occhi del suo cuore, stupire le sue emozioni, toccare positivamente la sua sensibilità.
Forse gli strumenti messi a nostra disposizione hanno inaridito il nostro desiderio di esprimerci, il nostro potenziale comunicativo – emozionale, ed hanno favorito lo sviluppo di piccole frasi apparentemente “ad effetto” , ma spesso vuote, prive di “affetto”.
Non posso nascondere di essere un vecchio ed inguaribile romantico… che non vuole rinunciare alla piacevole sensazione di aver scritto l’ennesimo articolo con la sua vecchia Olivetti… Ma la mia non vuole essere una critica alla nuova comunicazione, ai New Media, alla nuova espressività veloce, istantanea. I tempi dell’attuale società renderebbero anacronistico qualsiasi personale riflessione posta in tal senso.
E’ piuttosto l’amara considerazione che tale rapidità di incontri e confronti può, quasi paradossalmente, favorire l’antitesi della comunicazione… l’incomunicabilità.
Può contribuire a rendere i rapporti tra gli esseri umani sempre più fondati su basi precarie ed effimere, con tutti i rischi che il grande sociologo tedesco Zygmunt Bauman illustra nella sua “Modernità liquida” .
Comunicare è, invece, amare ed amarsi, raccontare e raccontarsi, riconoscere se stessi e gli altri, avendone cura, rispetto, attenzione.
Guai a manipolare le altrui sensibilità e intelligenze con la nostra presunzione di efficaci e sorprendenti comunicatori.
Occorre invece riattivare le energie del cuore, la ricerca di vera condivisione e di sano confronto con l’altro, perché attraverso tale processo si recupera spontaneamente e naturalmente il benessere personale e lo scambio reciproco.
Concludendo, è di nuovo a Claudio Baglioni che chiedo aiuto per salutare con ottimismo questa piccola riflessione.
Il brano citato si conclude con un’esortazione linguistica che riesce a riassumere con straordinaria efficacia il quadro fin qui tratteggiato, e a trovare il giusto equilibrio tra la nuova potenzialità di diffusione della nostra comunicazione e il necessario bisogno di “contagiare” chi ci ascolta della nostra forza espressivo -emozionale:
“Non smettere di trasmettere”…

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